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Il sound dei Gabin: intervista a Max Bottini

Max Bottini

Dopo due album di grande successo (l’omonimo Gabin e Mr Freedom), Max Bottini e Filippo Clary decidono di ritagliarsi lo spazio necessario per approfondire la propria individualità artistica: tre anni di duro lavoro danno alla luce Third and Double, un doppio album portato avanti su due fronti (Bottini Side e Clary Side) in cui nu jazz, soul, elettronica e funk vengono elevati a un nuovo livello.

In entrambi i dischi – diversi, ma ben armonizzati tra loro – si respira la libertà di aver potuto esprimere la propria creatività senza preconcetti, imposizioni e considerazioni commerciali.
Il fil rouge che lega i due side è la voce di Mia Cooper (che da più di tre anni accompagna dal vivo la band), protagonista della maggior parte dei brani e autrice di diversi testi.
Ospiti in altre tracce, artisti del calibro di Flora Purim, Z-Star, Gary Go, Barbara Casini, Nadeah Miranda e Chris Cornell, che interpretano con grande gusto i brani proposti dal duo.

Max Bottini & Filippo Clary, i Gabin

Non è difficile immaginare l’entusiasmo con cui questi musicisti abbiano partecipato al progetto: del resto, se il primo disco aveva fatto battere il piede a tutti con il tormentone “Doo Uap, Doo Uap, Doo Uap”, il secondo era stato trainato da “Into My Soul”, interpretata da Dee Dee Bridgewater e scelta come colonna sonora del film Monster In Law con Jennifer Lopez e Jane Fonda.
Sempre da Mr Freedom, “Bang bang to the rock ‘n’ roll” è stata inserita nel film I Fantastici Quattro e in The Fast And Furious: Tokyo Drift.
Da quel momento fiction di successo come Six Feet Under, Sex And The City, Grey’s Anatomy, Six Degrees e Ugly Betty iniziano a richiedere i brani dei Gabin.

Il duo figura inoltre nel doppio album tributo che la Capitol USA dedica a Peggy Lee: Max e Filippo sono gli unici ospiti cui viene concesso il privilegio di remixare la storica “Fever” utilizzando, per la prima volta nella storia dei master Capitol, le tracce originali dell’intramontabile successo.

Third and Double

I  Gabin sono una delle realtà internazionali più interessanti degli ultimi anni: Third and Double raccoglie l’eredità festaiola dello swing, la raffinatezza fumosa dei jazz club del Village, la spregiudicata impertinenza dell’approccio elettronico, il groove del funk, l’intensità del soul, il bianco e nero contrastato delle foto di Via Veneto… ricavandone un sound personale, raffinato e coinvolgente.

Incuriositi da come è stato realizzato questo nuovo album, abbiamo  raggiunto al telefono Max, che si è prestato volentieri ad una piacevole chiacchierata piena di spunti interessanti per gli appassionati di recording.

Max Bottini

Max, secondo te c’è una differenza di qualità tra home recording e studio vero e proprio?
Quasi tutto il mio disco è stato fatto a casa: mi sono avvalso dello studio per le session dei fiati e degli archi, ma tutto l’editing l’ho fatto… in cucina!
Ho avuto per tredici anni uno studio nel centro di Roma insieme a Filippo. Poi, per una serie di vicissitudini – soprattutto perché non ce la facevo più a stare sotto terra -, ho deciso di attrezzarmi a casa. Da un anno circa ho un homestudio “serio” ma, mentre lo stavo finendo di allestire, ho fatto tutto l’editing del disco con un portatile, un Sony Vaio.

Veramente?
Posso dire di più: tanti anni fa abbiamo fatto un remix per un gruppo americano, i West Indian Girl, e ho lavorato sul brano per lo più in spiaggia a Sabaudia, con le cuffie!
Lo studio ti dà delle possibilità in più, ma ormai è l’idea che vince e a casa puoi fare qualsiasi cosa!

Su cosa è basato il tuo homestudio?
Io sono di quelli che dopo venti anni di Mac sono passato al Pc.

Come mai?
Un po’ perché non mi piace molto la “politica Mac”, quella delle macchine chiuse, delle incompatibilità tra programmi… per quanto continui ad aleggiare la leggenda metropolitana che per musica e grafica il Mac sia meglio, io lavoro da cinque anni con il Pc e mi trovo veramente benissimo.
Con un Pc hai una macchina aperta che puoi sempre implementare, potenziare, espandere… con il Mac questo non è possibile.

Hai assemblato da solo il tuo computer?
Ho un “super Pc” di cui non saprei descrivere bene le caratteristiche… una volta che sono dentro al programma so lavorare, ma per quanto riguarda tutto l’allestimento ho la fortuna di poter contare su un vero e proprio guru del computer, Luca Leonori - che poi è anche l’ingegnere del suono con il quale ho mixato l’ultimo disco – che mi setta tutto quanto.

Max e Luca Leonori al lavoro

Che software usi?
Uso sia Cubase che Nuendo, ma per lo più Cubase. So usare anche altri programmi che ho imparato per non aver problemi quando devo fare dei lavori in giro: ad esempio per registrare gli archi è stato allestito uno studio mobile che abbiamo portato in un auditorium. Le persone con cui ho registrato quella session avevano Pro Tools, quindi a casa ho usato Pro Tools per fare l’editing e trasferire tutto su Cubase. Però di base lavoro con Cubase, di cui ho la versione 5. Ho usato molto Pro Tools quando stavo all’estero, ma ormai sono sette/otto anni che uso Cubase.

Che scheda audio usi?
Ho una RME Fireface 800 con la quale mi trovo molto bene e ho ordinato da qualche giorno la BabyFace, più comoda da portarmi dietro quando sono in giro, a Sabaudia o al Circeo, dove vado spesso… mi dovrebbe arrivare la settimana prossima.

Utilizzi qualche preamplificatore microfonico?
Ne ho alcuni, tra cui un Focusrite a valvole e un modulo Neve preso da un vecchio mixer in disuso, ma devo dire che spesso e volentieri registro in diretta nella scheda e a volte faccio anche delle operazioni inverse.

Che tipo di operazioni?
Ultimamente sto facendo delle cose un po’ più spinte, meno delicate a livello di suono… sto registrando un disco più elettronico del solito. Uso i virtual instruments, poi li faccio uscire dalla scheda e mi capita di passarli magari nell’ampli del basso (un Ampeg) o di registrarli nuovamente con il microfono. Faccio degli esperimenti… molte volte faccio i resample, come si faceva una volta, fino a che non ottengo una pasta di suono che mi piace… insomma, non ho un metodo di lavoro preciso e improvviso spesso.

Che microfoni usi?
Ho un AKG 414 e uno Shure SM58, non possiedo altri microfoni. Il 414 si sposa benissimo con la mia voce e se devo fare cori ecc… lavoro con quello.
Se invece lavoro con un cantante esterno magari vado in studio dove ho più scelte a disposizione.

Quale microfono avete usato per la voce di Mia?
Credo fosse un Neumann, quelle voci sono state le ultime cose fatte nello studio che avevo con Filippo…

Come registri il contrabbasso?
In realtà è tanto tempo che non uso più il contrabbasso. Ho un contrabbasso elettroacustico Alter Ego e un bellissimo basso acustico Kramer degli anni ’80 dotato di un piezolettrico che di solito riprendo anche con i microfoni. Il Neumann U87 vicino e due 414 per riprendere l’ambiente… ma anche solo con il Neumann e il piezo viene bene, come ho fatto sul disco.

Max alle prese con il suo fretless Kramer

Avremmo giurato che si trattasse di un contrabbasso!
Sembra un contrabbasso ma in realtà non è! E’ lo stesso strumento che ho usato nel ’90 per un disco (“Luna”) con il quartetto di Roberto Gatto con Danilo Rea e Battista Lena. Ci cascarono tutti i giornalisti, pensavano che fossi passato al contrabbasso… Io sono un bassista elettrico, il contrabbasso non è il mio strumento. In realtà questo Kramer è come una chitarra acustica fretless… basso!
Dopo averlo registrato nel computer l’ho trattato molto, l’ho ripassato nel Polytone… insomma, come diremmo a Roma… ho fatto un po’ di “magheggi”!

Come avete realizzato le chitarre?
Nella parte di Filippo ha suonato Gino Mariniello. Nella mia le chitarre sono tutte suonate da me tranne il solo di “The Game”, opera di Fabio Zeppetella, un amico da tanti anni. Stiamo anche mettendo su un gruppo nuovo per suonare un po’ in giro. La chitarra alla 007 di “Lost & Found” invece è una Gibson 335 suonata da Simone Borgia con corde grosse e lisce.

E come avete registrato gli altri strumenti?
Una parte dei pianoforti l’ho suonata io. La batteria è tutta suonata dal vivo da Marcello Surace, solamente su “Ready Set Go” ho utilizzato i loop. Tutte le percussioni sono suonate da Peppe Sannino. Alfonso Deidda invece ha suonato le parti mancanti dei pianoforti, ma anche il flauto e il sax baritono con il quale ha inciso un assolo meraviglioso su “Ready Set Go”. Nella parte di Filippo il solo di flauto è suonato da Elvio Ghigliordini.

Come riesci a realizzare parti di orchestra così belle? Hai registrato un’orchestra vera oppure ti sei servito della tecnologia?
La tecnologia mi è stata veramente d’aiuto. Anche se non ho fatto un disco tecnologico, ma un disco di canzoni suonate con l’orchestra, non avevo né la possibilità né il budget necessari per poter mettere su una grande orchestra. Avrei dovuto registrare in uno studio grande come il Forum (NdR: noto studio di Roma).
La tecnologia invece mi ha consentito di registrare lo stesso, perché ho potuto riprendere le parti dell’orchestra a più riprese. Per esempio ho fatto gli archi vicino a Lecce, usando un quartetto che si chiama Vertere String Quartet (Giuseppe Amatulli violino, Rita Paglionico violino, Domenico Mastro viola, Giovanna Buccarella violoncello), più altri sei ragazzi del Conservatorio di Lecce. Per cui 10 archi… e li abbiamo doppiati tre volte, praticamente sono 30 archi.
Li abbiamo ripresi nell’oratorio della parrocchia di Supersano con la tecnica Decca: centro, destra e sinistra. Poi mi sono editato tutto quanto a casa.

Chi ha curato gli arrangiamenti degli archi?
Gran parte degli archi è stata arrangiata insieme ad un talento spropositato del quale sono sicuro che sentiremo parlare nei prossimi anni. Si tratta di Simone Borgia, un grandissimo arrangiatore e orchestratore di Lecce… giovanissimo, ha 35 anni, diplomato a Berklee e non è un pianista ma un chitarrista. Alfonso Deidda ha scritto gli archi di “The Game” e qualche altra linea che abbiamo integrato con gli arrangiamenti di Simone. Sono veramente contento del risultato!

I Gabin e Mia Cooper

Dunque il disco è il risultato della collaborazione di tanti musicisti eccezionali…
Nel mio disco ci sono molti riferimenti stilistici diversi… non avendo avuto una direzione musicale precisa, per la prima volta ho delegato un po’ i vari compiti, perché avevo paura di perdere di vista l’obiettivo artistico.
Negli altri dischi avevo sempre fatto tutto da solo: scrivere, registrare, mixare… questa volta ho deciso di concentrarmi solo sulle canzoni.
Ho arrangiato tutte le basi e poi ho dato a Simone Borgia le linee melodiche principali sulle quali avrei voluto gli archi e lui le ha sviluppate, ci ha messo del suo. La stessa cosa è stata fatta con i fiati: ci siamo divisi il lavoro tra me, Borgia e soprattutto Sandro Deidda.

Come si arriva ad un arrangiamento di qualità? Quanto è stata importante la pre-produzione?
Abbiamo arrangiato tutto con gli strumenti finti. Dopodiché ho preso le parti che mi piacevano di più e ho fatto una sorta di puzzle, ho rimontato tutto. Una volta arrivato all’arrangiamento che mi piaceva, ho utilizzato una parte di quello che avevo arrangiato io e una parte dei miei collaboratori per poi riscrivere la stesura definitiva. Solo allora abbiamo registrato.
C’è stato veramente un grande lavoro di preproduzione e arrangiamento: su “Baby Goodbye” - l’arrangiamento che preferisco – è stato fatto uno studio serio sui fiati. Sandro Deidda aveva scritto un arrangiamento da manuale: la prima parte con i legni (clarinetto e clarinetto basso), la seconda parte con gli ottoni, quindi il sax baritono che si sostituisce al clarinetto basso…

Avete registrato i fiati in sezione o uno alla volta?
I fiati sono sempre stati suonati in sezione. Ma su “Baby Goodbye”, quando sono arrivato in studio, mi sono reso conto che non rendeva… Allora l’ho rifatto strumento per strumento. E’ l’unico pezzo dove i fiati non sono registrati tutti insieme, ma uno per uno.
Negli altri brani i fiati erano sette: c’erano i fratelli Claudio e Mario Corvini (tromba e trombone), Massimo Pirone (trombone), Giancarlo Ciminelli (tromba), poi c’era Sandro Deidda (sax tenore, clarinetti e flauti), Alfonso Deidda (sax alto, sax baritono e flauto) e Marco Guidolotti (sax alto e sax baritono).

Filippo, Mia & Max

Puoi darci un piccolo consiglio su come registrare gli strumenti singolarmente e renderli comunque convincenti?
Per sopperire alla problematica di non poter suonare tutto insieme, ho fatto il lavoro inverso: le ritmiche le ho fatte alla fine, perché dovevo mettere in condizione il batterista di “suonare sul suonato”, di potersi esprimere con l’orchestra, in modo che il gruppo fosse veritiero. Sono convinto che il disco non avrebbe suonato così se avessi fatto le batterie prima, perché tutti gli accenti che il batterista dà, li deve dare appoggiandosi sull’orchestra. Il risultato è fantastico perché non sembra che sia stato fatto a pezzi. Di questo disco si può dire tutto, ma non che non sembri suonato nella stessa stanza da tutti i musicisti nello stesso momento.

Hai curato tu l’editing e il mix?
Ho fatto l’editing di tutto ma, quando si vuole ottenere un risultato soddisfacente, non ci si può affidare soltanto all’editing. Ad esempio per quanto riguarda i pianoforti (e tutti i commenti di pianoforte), stavo diventando matto… siccome Alfonso era sempre in giro, l’ho potuto registrare solo quando aveva del tempo libero. L’ho lasciato suonare a pezzi e poi ho scelto le parti che mi piacevano in un secondo momento, ma ci è voluto un sacco di tempo, non lo farò mai più. La prossima volta spenderò un po’ più di tempo a registrare, in modo che quando il musicista se ne va, ho già pronta la parte che voglio.
Comunque, alla fine ho editato tutto, ho corretto quello che c’era da correggere e poi ho mixato insieme a Luca Leonori, un grande talento.

Come avete mixato?
Tutto nel computer, non abbiamo usato mixer. Magari è capitato che in studio si trovassero sedici moduli Neve e otto SSL, così abbiamo fatto uscire e rientrare le tracce dai convertitori, giusto per acquistare un po’ di suono. Ma per tutti i movimenti, gli echi, gli effetti abbiamo utilizzato esclusivamente il computer e non ci abbiamo messo neanche tanto: due settimane per mixare nove pezzi, la media di un giorno e mezzo a brano.

Il mastering è stato curato da Marcussen a Los Angeles, giusto?
L’ha fatto Stephen in persona e non è stato semplice perché rendere omogenei due dischi così diversi non è per niente facile.
In effetti abbiamo corretto due o tre volte alcune cose, ma lui ha beccato subito lo spirito… si sa quanto sia importante il mastering.
Avevamo compresso leggermente, ma neanche tanto, quel minimo che serve per tenere la traccia… poi gli abbiamo mandato due versioni, una leggermente compressa e una meno. Lui ci ha messo un po’ ma ha fatto un bellissimo lavoro… il disco suona forte ma ha tanta dinamica.

Questo è sicuro, il risultato si sente! Max, ti ringraziamo per l’intervista!

Max Bottini

Per approfondire:
Gabin
Third and Double su iTunes

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