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Speak: intervista agli Strings 24

Strings 24: la copertina di Speak

A due anni di distanza dal primo album, gli Strings 24 rilasciano per Videoradio la seconda fatica discografica: Speak.
Per i pochi che non conoscessero ancora la band, ne raccontiamo brevemente la genesi.
Anni ’80: Stefano “Sebo” Xotta e Frank Caruso condividono tra i banchi delle scuole superiori la passione per la chitarra, poi si perdono di vista per più di quindici anni.
Dopo aver battuto sentieri musicali diversi, nel 2007 i due si ritrovano grazie a MySpace: si incontrano per una birretta e per raccontarsi reciprocamente i propri percorsi; si lasciano con la promessa di farsi una suonatina un giorno o l’altro… e la suonatina si trasforma in un progetto vero e proprio che si concretizza con l’ingresso nella formazione di Gianluca Ferro: nascono così gli String 24.
Il nome della band trae ispirazione dalle particolari 8 corde che usano i tre chitarristi.

Nel 2009 pubblicano per la prestigiosa etichetta finlandese Lion Music il debut album omonimo e girano l’Europa per concerti e clinics.
Successivamente Frank e Sebo cominciano a scrivere materiale per il secondo lavoro e Gianni Rojatti subentra nella band al posto di Gianluca Ferro. A suggellare la nuova formazione è Speak: 12 brani composti con classe, arrangiati con cura e prodotti in maniera impeccabile. Rimangono l’adrenalina e il virtuosismo chitarristico che faranno felici i fan del primo (ottimo) lavoro, ma Speak apre l’orizzonte della band a un pubblico più ampio grazie a un attento lavoro melodico che non scade mai nel banale e fotografa la maturità dei musicisti. Le note, tante o poche che siano, sono sempre funzionali al brano.

Gli ospiti, scelti nel gotha chitarristico attuale, non vengono esibiti come mero trofeo di caccia, ma sono impiegati nell’unico modo sensato: musicalmente, in brani nei quali riescono a esprimere a pieno il loro apporto creativo. Del resto, trattandosi di Andy Timmons, Kiko Loureiro, Mattias “IA” Eklundh e Rob Balducci
Molto belle le due tracce cantate: I Love Me è interpretata da Enzo Caruso (fratello di Frank e voce degli Arachnes) e Take My Hand dal mitico Guido Block, voce e basso – tra gli altri – dei Four Tiles.
La sezione ritmica è affidata al drumming poderoso di Roberto Gualdi (già con P.F.M., Dolcenera, Vecchioni, X Factor) e al basso di Gabriele Baroni (Arachnes); il celebre bassista Dino D’Autorio lascia la propria firma su Take My Hand e Over The Hills, Lorenzo Feliciati su Burned Wood.

Speak parla rock dalla prima all’ultima nota: per i chitarristi è un trattato enciclopedico in 12 capitoli, obbligatorio in una collezione che si rispetti; per i semplici appassionati è il classico disco “da viaggio” che però, grazie alla speakata melodia, non fa scendere dalla macchina la fidanzata; i maniaci del recording, dopo aver letto quanto segue… non potranno fare a meno di acquistarlo!

Sebo, Frank & Jana

Volete raccontare ai lettori come nasce la musica di Speak?
Sebo: Prima di iniziare a comporre i brani che sarebbero stai inclusi nel nuovo album, io e Frank ci siamo confrontati ed abbiamo deciso di comune accordo che il nuovo lavoro sarebbe stato molto più melodico del precedente.
Abbiamo inoltre deciso di introdurre un paio di brani cantati per essere meno vincolati alla nicchia della musica strumentale, un modo insomma per esportare la nostra musica anche in un settore di ascolto più popolare. Dopo aver stabilito questa direzione abbiamo iniziato a comporre i brani, cercando volutamente di spaziare maggiormente tra le atmosfere rispetto all’album di esordio.

Qualcuno potrebbe etichettare Speak come un album “shred”: ascoltando con attenzione i brani emergono invece tante influenze stilistiche diverse, volete parlarcene?
Sebo: L’etichetta “shred” potrebbe provenire dal primo album, perciò sarebbe figlia di un’analisi pre ascolto ;-)
Sicuramente dentro a Speak si possono trovare parecchi episodi tecnicamente notevoli, ma che non rappresentano la caratterstica principale dell’album.
E’ strano vedere quanti chitarristi virtuosi ci siano in giro in un’epoca in cui questo modo di suonare non è più tanto di moda. Fossimo stati negli anni ’80 sicuramente i vari Coverdale, David Lee Roth, Ozzy Osbourne & Co. avrebbero avuto parecchio imbarazzo nella scelta del loro guitar hero!
Basta andare su YouTube per scoprire tantissimi quanto sconosciuti assi della 6 corde. Oggi però il ruolo della chitarra è diverso e, sinceramente, pensiamo che anche un disco strumentale debba rappresentare questo cambiamento.

Come avete fatto a rendere coerente e omogeneo un lavoro realizzato da musicisti con background così diversi?
Sebo: Semplicemente non ci siamo troppo preoccupati del fatto che i brani fossero coerenti tra di loro, ah, ah!
A parte gli scherzi, va detto che alcuni episodi nel CD non si sposano facilmente con il resto dei brani. Songs come Burned Wood, Take My Hand o Coast To Coast esulano dalle atmosfere sonore più pesanti e, se vogliamo, più legate alle sonorità della chitarra ad 8 corde, però vogliono rappresentare la nostra volontà di allargare i nostri orizzonti espressivi.
Ovviamente poi l’omogeneità è stata ricercata a livello sonoro e in questo caso mix e mastering sono stati determinanti.

Strings 24

Chi si è occupato degli arrangiamenti?
Frank:
L’aspetto degli arrangiamenti è fondamentale, e in una produzione come Speak non poteva essere trascurato.
La maggior parte del lavoro è stata fatta in pre-produzione, registrando quindi delle parti “non definitive”, sia di chitarra che di batteria.
Per quanto riguarda soprattutto la batteria abbiamo utilizzato dei plug in per imbastire la struttura del pezzo, poi Roberto Gualdi ha ovviamente rivisto tutte le parti; lo stesso è successo per le chitarre.
Quando scrivo un brano per gli Strings 24 tendenzialmente compongo le parti di tutte e 3 le chitarre, dando poi ad ognuno la facoltà di modificare ed integrare il tutto. Durante la fase finale di registrazione quindi avviene l’arrangiamento vero e proprio, con il contributo di ciascun musicista.

Far coesistere 3 chitarre in un arrangiamento è una bella sfida: volete raccontare qualcosa di come avete progettato la divisione delle parti nei vari brani?
Frank: Grazie della domanda! Hai colto la sfida! Come mi piace dire in questi casi, si deve dimenticare di far sentire il proprio strumento “alzando il volume”! Niente di più sbagliato. E’ la struttura stessa del brano a doversi plasmare con lo strumento: spesso per fare emergere un fraseggio è necessario che la ritmica si fermi o si appoggi su un accordo molto lungo, lasciando stare i sedicesimi che riprenderemo dopo.
Tutto l’album è pensato in questo modo ed è il frutto di due metodologie di lavoro: una classica, quindi spartiti alla mano, e una digitale. La seconda, grazie ai nuovi sistemi di registrazione, ti consente di confrontare diverse take di registrazione e capire cosa succede spostando una parte più avanti o più indietro, e rivedere cosi la composizione stessa.

Le tracce suonano veramente potenti in basso, ma rimangono ben intellegibili e definite: avete usato qualche accorgimento particolare in registrazione – o in mix – per far convivere le chitarre a 8 corde, il basso e la cassa della batteria?
Frank: Eh si, non è stato semplice! A dire la verità abbiamo fatto ben tre versioni di mix per arrivare al risultato che sentite, che finalmente ci soddisfaceva.
Non nascondo, anzi ne vado fiero, di aver buttato via due versioni del master!
Normalmente lavoriamo così: si mixa, poi si lascia “decantare” per qualche giorno e si riascolta il tutto a orecchie fresche.
Il suono delle chitarre è stato ottenuto in un modo abbastanza originale (NdR: vedi più avanti), ma ovviamente si doveva intervenire su basso e cassa.
Roby (Gualdi) ha una cassa molto importante e profonda, ma per farla emergere avevamo bisogno di molta “punta”, quindi abbiamo lavorato con eq. e compressori.
Il basso era a rischio, andando spesso sulle frequenze della 8 corde. Diversamente dal solito, dove il basso – come frequenze - sta al di sotto delle chitarre, in questo caso abbiamo spostato il basso verso frequenze medio-basse, in alcuni casi anche al di sopra della parte bassa delle stesse chitarre.
Lo spettro di frequenze così era completo! Fondamentale il mastering e la compressione a transienti ovviamente…

Non si vedono in giro tante chitarre a 8 corde: come sono realizzate le vostre Ibanez?
Sebo: Ibanez è stato il primo marchio a produrre chitarre solid body a 8 corde, credo siano uscite intorno al 2007/2008, perciò all’epoca dell’uscita del nostro primo album rappresentavano una novità anche per noi.
Il fatto che ora altri marchi abbiano iniziato a produrre strumenti analoghi e che vari produttori di pick up abbiano messo a listino dei modelli per 8 corde significa che questo strumento è passato dall’essere un esperimento a rappresentare una nuova categoria utilizzata ed apprezzata dai chitarristi.
Nel caso delle nostre Ibanez RG2228, si tratta di strumenti della serie Prestige, la serie prodotta in Giappone come fascia top della produzione. Questo avviene perchè la costruzione di una chitarra a 8 corde, che avrà una corda bassa di spessore intorno allo 0.70, richiede una grande cura per far si che lo strumento risulti suonabile senza avere fastidiosi buzz.
I manici Ibanez sono riconosciuti come i più scorrevoli e confortevoli sul mercato, e anche su questo strumento la regola viene rispettata.
I pick up di serie sono EMG di derivazione bassistica, ma possono essere sostituiti facilmente con altri accessori (come i DiMarzio D Activator 8 nel mio caso) qualora si desiderassero sonorità differenti. Credo in futuro Ibanez offrirà la possibilità di avere questi pick up di serie.

L'Ibanez RG 2228 utilizzata dagli Strings 24

Come vi siete abituati alle due corde in più?
Sebo: All’inizio la larghezza della tastiera intimidisce parecchio, fa sembrare le tue dita come quelle di un puffo :-)
Successivamente, dopo un po’ di tempo passato a suonare la RG 2228, le mani e gli occhi ci fanno l’abitudine e diventa naturale considerare la presenza di due corde al di sopra del MI basso.
Va detto che la RG2228 ha una scala lunga, tipo baritono, perciò e meglio non esagerare con lo spessore delle corde per evitare di ritrovarsi con una tensione esagerata.
Noi utilizziamo una scalatura standard 0.09/0.42 a vengono aggiunte una 0.58 sul SI basso ed una 0.68 per il Fa#.

Quali strumenti avete utilizzato oltre alle 8 corde?
Sebo: io ho utilizzato una Ibanez RG custom made a ponte fisso ed una RG con elettronica EMG e tremolo standard costruita dal mio liutaio Fabio Molinelli; Frank ha usato una RG2550 ed una S520, mentre Gianni Rojatti usa la sua fida Ibanez FR2660 (una Tele-shaped con un manico fantastico) e la sua vecchia RG550.

Come sono attrezzati i vostri home studio?
Frank: Abbiamo lavorato in due studi di registrazioni (Cow Studio e Phantom Studio), uno per la realizzazione delle batterie, l’altro per tutto il resto quindi chitarre, basso e mix.
Ovviamente prima abbiamo allineato le due strutture adeguandole in termini di hardware e software.
Per quanto riguarda l’hardware ci siamo affidati ovviamente a Mac utilizzato degli iMac con processore i5 ed utilizzando diverse schede audio a seconda dello strumento da registrare.
Per il software abbiamo utilizzato Cubase nella versione 5.5 (la 6 è uscita dopo!) con una serie di plug in utilizzati per lo più in fase di mastering.
Alcuni plug in sono stati utilizzati anche per le chitarre (da Line 6 a Guitar Rig a seconda delle esigenze) senza fissarci mai su un unico prodotto.
Ritengo ad esempio che Guitar Rig suoni molto bene sui suoni clean e meno sugli hi-gain, quindi in base alle necessità del momento si è scelto di utilizzare un software piuttosto che un altro.
Alcune chitarre acustiche ad esempio sono state registrate utilizzando una Variax 700 acustica ed il suo software dedicato.
Tutta la parte dei compressori è affidata alla suite Waves e ai fantastici Sonnox, a mio avviso impareggiabili!

Strings 24

Una volta stese le parti definitive avete chiamato Roberto Gualdi e il bassista: come si sono svolte le registrazioni?
Sebo: Una volta ultimate le sessioni e rese definitive le stesure dei brani abbiamo registrato le batterie con Roberto Gualdi al Cow Studio, successivamente Gabriele Baroni ha registrato le parti definitive di basso a cui si sono aggiunte poi le tracks dei guest Lorenzo Feliciati e Dino D’Autorio.

Come sono state incise le tracce di chitarra?
Frank: Bella domanda! Abbiamo cercato di rispettare il feeling di ciascuno, quindi le registrazioni sono avvenute con tecniche diverse!
A parte le ritmiche, che a nostro avviso dovevano suonare allo stesso modo per tutto l’album, per dare continuità e impatto, il resto è stato registrato alcune volte microfonando, altre con i plug in e altre ancora con D.I.
Sinceramente non sarei più neanche in grado di dirti quale solo sia stato registrato in un modo e quale in un altro e questo è il segno che il lavoro che abbiamo fatto ha funzionato!
La scelta è stata particolare invece per la parte rimtica, registrata interamente con software e hardware dedicato. Le chitarre sono sempre doppiate in stereo, un’esecuzione sul canale left e una sul canale right, utilizzando un (Line6) Pod x3 Pro, la versione a rack: il suono che sentite è il segnale diretto della macchina con le sue emulazione di cabinet.
Per i soli invece in alcuni casi abbiamo microfonato il cabinet utilizzando degli (Shure) Sm 57 e degli Akg, in altri casi invece solamente con dei plug in, attingendo quasi esclusivamente da Line6 e (Native Instruments) Guitar Rig.

Come avete registrato le parti di basso?
Frank: Per il basso abbiamo utilizzato una testa Mark Bass, molto interessante per la capacità di dare sia una profondità eccezionale che una brillantezza del suono davvero invidiabile.
Anche in questo caso tramite una D.I., quindi non microfonando il cabinet, ma affidandoci ad un plug in per l’emulazione della cassa, in questo caso Amplitube di IK Multimedia; inutile dire poi che abbiamo provveduto alla compressione in fase di mix.

La batteria è uno degli strumenti più difficili da riprendere in home studio: come avete ottenuto un risultato così potente?

Stefano "Sebo" Xotta

Sebo: Da tempo sia io che Frank utilizziamo un software della Toontrack, Superior Drummer, per realizzare i nostri provini ed anche delle sonorizzazioni professionali, perciò abbiamo pilotato questo software con una batteria elettronica professionale Roland suonata da Roberto Gualdi.
Abbiamo speso un po’ di tempo per settare molto finemente le dinamiche di ciascun pad in base allo stile di Roberto per fare in modo che lui avesse un feeling il più possibile vicino a quello di una batteria acustica.
Alla fine avevamo le tracce di batteria con le dinamiche e le intuizioni di arrangiamento di un musicista validissimo come Gualdi e inoltre i suoni di un software professionale come Superior Drummer. Il risultato è stato davvero notevole! Oggi spessissimo si registrano delle batterie acustiche a cui poi vengono applicati dei trigger su cassa e rullante (ma spesso sut tutto il set), perciò a noi, partire già usando dei suoni triggerati di alto livello, ha permesso di risparmiare tempo e di avere la completa gestione digitle di ogni singolo colpo di batteria.

Come avete registrato gli ospiti?
Sebo: Grazie alle moderne tecnologie digitali abbiamo potuto inserire le parti degli ospiti lasciano che loro registrassero nei rispettivi studi per poi inviare via mail il risultato finale. In effetti gli ospiti spaziano molto geograficamente, si parte da San Paolo in Brasile con Kiko Loureiro, per passare a Dallas in Texas per Andy Timmons, successivamente a New York con Rob Balducci per poi volare a Gothenburg in Svezia per il buon Mattias Eklundh… sarebbe stato un po’ difficile ed estremamente oneroso averli tutti qui durante le registrazioni.

Che tipo di lavoro avete fatto sulle voci?
Sebo: La voce di Guido Block per Take My Hand è stata registrata nel suo studio di Milano, mentre la voce di Enzo Caruso su I Love Me è stata registrata da Frank nel suo Phantom Studio. Successivamente il tutto è stato lavorato e mixato sempre al Phantom.

Chi ha suonato le parti addizionali?
Sebo: Generalmente, come diceva Frank, è meglio che sia un solo chitarrista a registrare le parti ritmiche di un brano, questo per garantire la stessa intenzione laddove si vadano a doppiare le tracce.
Per quanto riguarda i vari interventi o arrangiamenti nelle varie song, non esiste una gerarchia, spesso si tengono le parti di chi ha proposto il provino se sono ben suonate, oppure vengono rifatte, ma non esiste un sistema di assegnazione di queste parti.

Molti principianti pensano che una volta registrate le takes sia sufficiente regolare un po’ i volumi per dare alle stampe un CD: volete raccontare invece come si lavora professionalmente a un disco?

Frank Caruso

Frank: Eh già! Finite le registrazioni in realtà inizia il lavoro vero e proprio! Per prima cosa ho provveduto a tagliare tutte le teste e le code delle tracce; normalmente, pur utilizzando dei noise gate, si sentono ovviamente dei rumori prima che il musicista inizi a suonare, e soprattutto delle parolacce quando ha finito! Ma nelle mie versioni private alcune le ho tenute….sono bellissime!
A questo punto si è ragionato prima sul suono del singolo strumento, poi sentendolo nell’insieme, comportando cosi delle scelte e dei compromessi, come ad esempio spostare la frequenza del basso per non sovrapporsi alla cassa, molto profonda, e al Fa# della 8 corde.
Il primo mix che ho voluto fare era solo di batteria/basso/chitarre ritmiche: dovevamo avere un sound che stesse in piedi anche semplicemente così.
Solo quando abbiamo raggiunto la dinamica che avevamo in mente abbiamo aggiunto il resto nel mix.
A quel punto il suono dei soli era abbastanza semplice da fare, doveva andare ad inserirsi nei pochi spazi vuoti rimasti (in termini di frequenze) e quindi articolarsi nello spazio delle frequenze medie e medio alte, possibilmente facendo in modo che le tre chitarre suonassero diversamente fra loro.
Alla fine il panorama, che, ripescando un’idea “settantina”, riprendesse quello che visivamente si vede sul palco: Sebo a sinistra, Frank Centrale, Jana a destra.
E qui nasce il dilemma di sempre, che mi fa sempre litigare con tutti ah ah ah! Se il punto di ascolto è “lato pubblico”, l’hi hat della batteria in teoria dovrebbe essere a destra, e i tom andare dal più alto al più basso muovendosi da destra verso sinistra!
Non so cosa dirvi… ma non ce la faccio proprio!!! La batteria la devo sentire “lato batterista”, o forse sono mentalmente mancino!

Che tipo di interventi sonori avete realizzato sulle tracce?
Frank: Inizierei con un aneddoto… Parlando tempo fa con un chitarrista di buon livello mi disse: “io non uso effetti, preferisco il suono naturale della chitarra”.
Dissi fra me e me: “che bello sapere che esistano ancora dei puristi”, e andai cosi a sentire le sue produzioni.
Risultato: riverbero, chorus, compressione e delay!
Cosa era successo allora? Semplice, quando ha registrato non ha utilizzato nulla, ma in fase di post produzione, il fonico o il sound engineer hanno ritenuto (fortunatamente) di intervenire sul suono per meglio plasmarlo con il brano. Peccato che il musicista sia rimasto convinto di non aver utilizzato effetti… forse perché non ha visto pedalini in giro…chissà…
Detto questo va da sé che è necessario utilizzare degli “effetti” intendendo con questo non un qualcosa che snaturi il suono, ma che al contrario ne restituisca la naturale dimensione.
L’utilizzo di un riverbero ad esempio, fatico ad immaginarlo come “effetto”: è piuttosto la creazione della normale room che avremmo microfonando il cabinet in un ambiente di medie dimensioni.

Gianni "Jana" Rojatti

Questa è stata la consapevolezza che ci ha sempre accompagnato nella ricerca del timbro: non tanto quindi l’artifizio, ma il creare la spazialità e profondità del suono. Per fare questo devi utilizzare dei riverberi di media lunghezza e abbastanza scuri (Reverence di Steinberg funziona già abbastanza bene, anche se preferisco di gran lunga i Lexicon, anche se in versione plug in).
L’equalizzatore poi serve per togliere eventuali “difetti “ del suono, come ad esempio dei pop sulla basse frequenze abbastanza comuni soprattutto se in presenza di timbri hi-gain.
La compressione preferisco sempre affidarla al mastering, ammettendo semmai un semplice limiter sulle tracce per evitare dei picchi.
Una cosa molto importante invece per il mix delle chitarre soliste, è stata quella di creare un bus (stereo) per la gestione dei 3 strumenti e poter cosi dare lo stesso ambiente a tutte e tre le chitarre. Il rischio altrimenti è che suonassero ciascuno per conto suo, fattore motivato nelle parti soliste, ma non in quelle armonizzate in cui gli strumenti suonano insieme.
La tracce dei soli sono quindi splittate. Per intenderci le tracce di ciascuno di noi sono sempre almeno due (ritmiche escluse), una dedicata ai soli, e una per le armonizzazioni convogliata a sua volta in bus stereo preferenziale.

Avete mixato tutto nel computer, con i plugin, o avete impiegato hardware esterno?
Frank: Nella nostra produzione precedente avevamo affidato il mastering ad un processo analogico utilizzando degli equalizzatori e compressori API.
Fummo soddisfatti, ma a nostro avviso Speak suonava diversamente e, dopo un paio di prove, il risultato non era quello sperato: si perdeva di impatto pur guadagnando in termini di “calore”, un suono sicuramente più armonico ma meno incisivo.
Abbiamo allora provato a rifare il mastering interamente in digitale, e il risultato è quello che senti, solo con l’utilizzo di plug in.
Ovviamente nella scelta dei plug in c’è in realtà la scelta di emulazioni analogiche, riprodotte però con tecniche digitali, come ad esempio i compressori ed equalizzatori Focusrite che abbiamo utilizzato. Non mi sarebbe dispiaciuto provare a riversare l’intero master sul mio Studer A80 a bobine… ma i tempi discografici ci hanno impedito di andare oltre con le sperimentazioni! Sarà per la prossima volta…

Molti fonici amano utilizzare un compressore sul master buss: voi lo avete utilizzato?

Sebo

Frank: Credo che la scelta di usare una compressione sul master dipenda dal genere che stai andando a mixare. Quando realizzo produzioni pianistiche ovviamente tendo a non utilizzare nulla per evitre di falsare i crescendo e diminuendo dinamici, le forcelle insomma.
Nel caso di un disco così spinto invece a mio avviso era quasi necessario; abbiamo preferito una compressione a transienti per la parte di batteria per dare respiro soprattutto al rullante, intervenendo poi sul master globale con una compressione abbastanza pesante ma molto veloce, con la conseguenza di allargare un po’ il suono nella parte bassa.
Il rischio era quello di soffocare le parti soliste, ed in effetti non è stato facile trovare il giusto equilibrio. Sono state necessarie varie prove e soprattutto molti confronti fra diverse takes ma anche fra diversi studio monitor.
Una nostra follia ad esempio ora è quella di sviluppare un mastering dedicato per la versione che andrà su iTunes, questo per consentire che anche l’ascolto con formati di più bassa definizione non penalizzi alcune zone di frequenze. Manie da musicisti…

Frank

Lavorando nel proprio studio non ci sono problemi di budget, ma si rischia di diventare esageratamente pignoli al momento del mix: quanto tempo avete impiegato a mixare il disco e quando avete capito che era pronto?
Frank: Condivido pienamente, anche le nostre mogli condividono, ma siamo contenti lo stesso cosi!
Nel tempo ho imparato una cosa: è fondamentale darsi una scadenza, per evitare di portare avanti per tutta la vita il disco dei propri sogni e non pubblicarlo mai perché ancora non suona come pensavamo…
Sebo me lo dice sempre: “meno male che c’è Frank che rompe…”. Sono abbastanza stakanovista sulla gestione dei tempi, non per obbligare qualcuno a stringerli, ma semplicemente per mentalizzare ciascuno di noi nel raggiungere un obiettivo. Va da sè che se mi sono imposto di finire entro una certa data, dedicherò più tempo possibile per fare al meglio, di notte, di domenica, non è importante, quello che conta è l’obiettivo finale.
L’intera lavorazione dell’album è durata oltre un anno e non potrei dirti esattamente quanto si sia dedicato al mix e per un motivo molto semplice: è mia abitudine, durante la registrazione stessa, iniziare ad impostare una parvenza di mix per avere la giusta percezione del pezzo. Se ad esempio sentissi un suono di batteria “sgonfio” avrei la necessitare di caricare maggiormente con le chitarre, per poi magari ritrovarmi in mix con una batteria enorme e delle chitarre che a quel punto danno fastidio. Diciamo quindi che da quando abbiamo iniziato i mix, già pre-impostati, ci sono voluti circa 15 giorni per arrivare ad avere in mano il master finito, ed un’altra settimana per il mastering.

Il disco suona forte e dinamico al tempo stesso: cosa avete fatto in mastering? Quali sono gli errori più comuni da evitare?

Jana

Frank: Come accennavamo precedentemente parlando di compressione, abbiamo lavorato attentamente su questo aspetto proprio in fase di mastering, ma ovviamente non è l’unico, Anche un piccolo intervento sull’equalizzazione generale ha dato maggiore brillantezza soprattutto ai piatti della batteria. Una micro correzione sulle frequenze medio basse ha poi allontanato il rischio di ridondanze fra cassa e basso. Dicendo questo ho in realtà già anticipato quali sono secondo me gli errori da evitare: spesso si lavora dicendo “tanto poi lo sistemiamo in mastering”, obbligando così ad un intervento pesante in fase finale, che spesso snatura il suono originale. La fase di mastering deve servire per correggere eventuali imperfezioni con degli interventi quindi sempre molto piccoli; personalmente inorridisco quando vedo equalizzatori con valori di +3db su una certa frequenza in mastering, è come dichiarare di aver sbagliato la registrazione!
Certo può capitare, ma se si lavora con criterio in fase di registrazione, si può intervenire anche meno pesantemente.
Fondamentale il monitoring; nel nostro studio utilizzimamo due diversi monitoraggi, uno con bass reflex e di buona potenza (120 W per canale) ed uno senza bass reflex di bassa potenza (40 W) oltre a due diverse cuffie.
La stessa song suonerà sempre diversa sui diversi ascolti, ma l’importante è che nulla vada perso. L’errore più frequente ad esempio è “gasarsi” nel sentire le basse frequenze che spingono sul petto quando ad ascoltiamo ad alti livelli e su grandi potenze: peccato che probabilmente se mixiamo in questo modo, andando ad ascoltare lo stesso brano su un impianto più piccolo o magari in auto se non in cuffia, avremo perso tutte le frequenza al di sotto dei 50 hertz, e quella “botta” che avevamo sulle basse è definitivamente persa dando l’impressione di un brano dal suono “piccolo”. La soluzione è quidni creare degli armonici anche sulle frequenza più in alto che non andranno perse anche in ascolti meno “potenti”, e per fare questo è necessario un ascolto su diversi monitor e la possibilità continua del confronto. In ultima analisi anche la certezza che il proprio ascolto sia affidabile sia in termini di frequenza che di fase. Nell’ultima fase di lavorazione abbiamo anche utilizzato l’interessantissimo Room Correction di KRK, a mio avviso molto utile.

Strings 24

Quanto è stata importante la figura del vostro nuovo produttore artistico, Beppe Aleo?
Sebo: Beppe Aleo è entrato in gioco al momento giusto! Lui era gasatissimo da subito per il progetto, ma non per questo sordo di fronte all’ascolto.
Ci ha perciò confessato di non essere totalmente soddisfatto del mastering e di aver confrontato il nostro lavoro con altri analoghi che, però, suonavano decisamente meglio. Ci siamo posti con la massima umiltà di fronte alle sue perplessità ed abbiamo sfornato altri due mastering finché non siamo giunti al punto in cui tutti noi abbiamo detto “ora ci siamo!”.
Beppe ha rappresentato la figura del produttore artistico, colui che è in grado di ascoltare il tuo lavoro in senso globale e che può dare un consiglio molto importante essendo libero da quei vincoli mentali che pervadono inevitabilmente chi ha registrato.

Per maggiori informazioni:
Strings 24
Videoradio

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