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Soul Town: Mimmo Langella racconta come è stato registrato e mixato

 

Il chitarrista napoletano Mimmo Langella dà alle stampe il suo terzo lavoro solista, Soul Town (Smoothnotes Publishing).
Il viaggio musicale intrapreso nel 2002 con The Other Side e proseguito con Funk That Jazz (2008), approda logicamente verso un sound sempre più essenziale e verace, in cui non c’è spazio per arrangiamenti leziosi o suoni troppo “prodotti”.

 

L’interplay dei quattro musicisti mette subito in chiaro che alla base di dischi come questo c’è un’amalgama e un’intesa possibili solamente condividendo a lungo le tavole dello stesso palco: ascoltando i brani in effetti sembra di essere in sala con il quartetto.
Chitarra, Hammond, basso e batteria sono registrati e mixati con un suono estremamente naturale e un approccio “live” che ricorda le incisioni soul di Cannonball Adderley, Jimmy Smith, Grant Green e John Scofield.

 

Le composizioni di Langella spiccano per gusto melodico e coerenza stilistica: i brani sono caratterizzati da temi cantabili sorretti da pulsazioni soul venate di funk, rock, blues e latin, sui quali i nostri si divertono a dialogare con un linguaggio jazzistico.
Un disco che non può mancare nella collezione di chi ama il soul jazz, la chitarra e i bei suoni vintage.

 

All’indomani dell’uscita dell’album incontriamo il chitarrista (in compagnia di Guido Scognamiglio e Peppe Cozzolino, che hanno registrato e mixato l’album) per farci raccontare come è stato realizzato Soul Town .

 

 

Mimmo Langella – Soul Town

Mimmo, come è nato Soul Town?
Tutto parte da “The Blue Side of Jazz Guitar”, un tributo a George Benson e Kenny Burrell che ho portato in giro nei club per quattro o cinque anni, suonando in trio con contrabbasso e batteria. 
Poi, passando all’organ trio, ho cambiato un po’ la scaletta inserendo una serie di classici del soul jazz; volevo fare un omaggio ai grandi di questo genere, Cannonball Adderley in primis. 
C’erano solo un paio di brani miei originali, poi pian piano abbiamo sostituito le cover con temi originali fino ad arrivare alla scaletta di Soul Town.

 

Hai composto e arrangiato i brani da solo o con la band?
Tutti i pezzi sono stati composti da me, tranne la cover “Work Song” (Nat Adderley, NdR).
Ho curato personalmente la produzione del disco: è ovvio che i musicisti che scegli sono quelli che ti garantiscono il miglior risultato e che possono migliorare la tua musica.
Tra l’altro nel disco, oltre a Tommy De Paola all’Hammond, c’è la mia storica sezione ritmica, costituita da Guido Russo al basso e Pasquale De Paola alla batteria, gente che porta la mia musica a un altro livello.

 

L’album ha diversi pregi: suona come un progetto unitario, riesce a convincere l’ascoltatore “musicista” grazie a un linguaggio maturo e non annoia l’ascoltatore occasionale grazie alla forte componente melodica e al ritmo incalzante: come sei giunto a questa sintesi?
Amo il groove e tutta la musica nera e i miei ascolti vanno da sempre in quella direzione. Praticamente sono cresciuto ascoltando questa musica e credo che se tu frequenti un suono sin da bambino, poi diventa una tua seconda natura.
Poi c’è il pop che mi ha insegnato a usare in maniera funzionale il materiale musicale e a progettare e produrre un lavoro con un’idea ben precisa, con un obiettivo da raggiungere chiaro sin dall’inizio. E, last but not least, amo la semplicità!

 

Quali sono le radici di questo album?
Un po’ tutta la musica nera, anche se nei mesi che hanno preceduto le session ho lasciato nel mio lettore Mp3 solo sei o sette album di musica soul jazz che ho ascoltato a rotazione. 
Erano dischi di Cannonball Adderley, Grant Green, Kenny Burrell, Pat Martino, George Benson, John Scofield, Medeski Martin & Wood, Rodney Jones, Will Bernard e Stanton Moore.

Mimmo Langella in studio

Come avete registrato, tutti insieme o a tracce separate?
Tutti insieme, come si fa nel jazz, senza riprese di errori.
Eravamo tutti in una stanza con il basso in diretta attraverso la sua testata, il Leslie in una stanza e l’ampli della chitarra in un’altra.
Abbiamo fatto diverse take e quando eravamo soddisfatti passavamo al brano successivo. Abbiamo registrato tutto in due giorni e mezzo.

 

Hai dato delle indicazioni particolari ai musicisti – magari parti che avevi arrangiato con i virtual instruments – o li hai lasciati liberi di esprimersi?
Sono un tipo vecchia maniera, i pezzi li compongo ancora con la chitarra e li scrivo su carta, quindi niente computer. Inoltre, anche se il beat della mia musica è essenzialmente funk, l’approccio al materiale è di tipo jazzistico; c’è un arrangiamento, ma poi ognuno lo “colora” con la propria personalità.

 

Quanto, in un disco del genere, è frutto di improvvisazione e quanto è scritto o preparato?
Come dicevo sopra, c’è l’arrangiamento con i groove di basso e batteria, poi c’è la forma con l’intro, il tema, l’ordine degli assoli, eventuali breakdown, il finale e… si va in rec.

 

Il parco microfoni del GSi Studio

Guido, di cosa ti sei avvalso per le registrazioni?
Abbiamo registrato nel mio “GSi Studio” (S. Giorgio a Cremano, NA).
Ho utilizzato Cubase 5.5 su piattaforma Windows, con un sampling rate di 48 kHz e una risoluzione di 24 bit.
L’interfaccia audio è una RME Fireface 800 espansa con ulteriori 16 ingressi su un buon vecchio Creamware A16 Ultra, per un totale di 24 input di cui ne sono stati sfruttati, per quasi tutte le riprese del disco, non più di 15.
Al momento della registrazione, nello studio c’era un vecchio banco Mackie SR40, un po’ inusuale per uno studio di registrazione in quanto era un banco prettamente destinato all’uso live, ma ha una caratteristica tecnica che molti sottovalutano ma che, in realtà, si trova in banchi da studio ben più blasonati: usa amplificatori operazionali pilotati a bassissima impedenza, che in parole povere si traduce in un headroom elevata e basso rumore di fondo. E un suono molto… tosto!

 

Come hai ripreso la chitarra?
Per la chitarra sono stati usati due microfoni, un classico Shure SM-57 posizionato ben al centro del cono dell’ampli, così da riprendere con precisione i transienti veloci e il “brilliance” della chitarra; accanto c’era un ottimo Royer R-121, microfono a nastro che conferisce al suono della chitarra elettrica un corpo naturale e pieno, e compensa ciò che sfugge all’SM-57.

 

Come è stato microfonato l’hammond?
Esistono mille modi per microfonare il Leslie, di cui almeno la metà sono sbagliati! 
In realtà è veramente difficile far venire male il suono del Leslie in una registrazione, bisognerebbe mettersi d’impegno e forse verrebbe bene anche se si usassero i microfoni del karaoke. 
Tuttavia ci sono alcune figurazioni che sono preferibili per prestazioni e tipo di suono che si cerca di ottenere.
Per questo disco è stato scelto di microfonare il Leslie con tre condensatori a diaframma largo, di cui due Audio Technica AT 2020 per la tromba, posizionati secondo un angolo di 90 gradi con al vertice il fulcro della tromba, e con l’aggiunta di due pop filters per diminuire il rumore del vento. Sul cestello dei bassi è stato usato un altro Rode NT-2a coperto da una spugna paravento. Con questa soluzione si ottiene un suono largo e molto pieno, con un effetto prossimità al punto giusto e un panorama stereofonico molto gestibile in fase di missaggio. Inoltre, usando microfoni a condensatore, si evita che i motori del Leslie possano interferire con la registrazione.

Il Leslie microfonato

E il basso?
Per il basso è stato deciso di usare l’uscita DI della testata, senza usare amplificazioni.

 

Come hai microfonato la batteria?
La batteria è stata ripresa con altri Shure SM-57 per il rullante e i due tom, mentre per la cassa abbiamo scelto un più economico Shure PG-52 il quale, rispetto al più classico AKG D-112, ha un attacco più morbido e non presenta particolari enfatizzazioni. Questo, unitamente a un posizionamento “strategico”, ha consentito di riprendere il suono di quella cassa vintage nella sua interezza, senza trasformarlo nella solita cassa rock da palcoscenico.
Gli overhead sono stati posizionati dietro al batterista, anziché sopra i piatti come si fa di solito, ed erano due Audio Technica AT-4040.
Inoltre sono stati aggiunti due ambientali, una coppia di Beyerdynamic MCE 430, e un ulteriore microfono per riprendere certe risonanze della batteria, un Rode NT-2a.

La Live Room del GSi Studio

 

Peppe, come hai proceduto con il mix? Strumentazione analogica o “in the box”?
Ho curato sia il mix che il mastering nel mio “Peppers Rec Studio” di Ercolano (NA).
Ho iniziato a fare il balance della batteria, poi ho lavorato sul suono dei singoli pezzi con plug in e quindi sul mix totale della batteria con hardware esterni. Principalmente è stato fatto lavoro su outboard analogico con conversione D/A A/D a 24 bit 48 kHz, mentre solo i singoli pezzi della drums sono stati trattati con plug in
Successivamente sono passato al suono del basso, trattandolo con pre hardware con il gain in saturazione.
L’Hammond l’ho passato in dei pre valvolari dinamici e ho fatto alcuni interventi con filtri di equalizzazione.
La chitarra, così com’è stata ripresa, l’ho passata in un channel strip stereo hardware con interventi di compressione ed EQ, senza mai snaturare il suono, ma ottenendo un punch migliore.

Quale outboard hai utilizzato?
Neve 1073, Api 512, Api 5500 Eq, Api 2500 Comp, Api 525, Chandler Germanium, Universal Audio 6176, preamp Fender e convertitori Apogee.

 

Qual è stato l’apporto creativo del fonico?
Peppe Cozzolino: Ho iniziato come musicista, lavorando in diversi studi dagli anni ‘90, quindi con l’esperienza di chi sta dall’altra parte del vetro. Poi, parallelamente, mi sono appassionato al sound design; sono tastierista e anche fonico nel mio stesso studio, ho accumulato un’esperienza di oltre 20 anni in questo campo, quindi c’è stato un apporto creativo come musicista e nel capire le esigenze di un committente non poco esigente come Mimmo.
Mimmo Langella: Avevo le idee chiare sul suono che volevo ottenere e sono andato da Peppe con un CD contenente i miei riferimenti audio. Assieme abbiamo scelto quello che sembrava il migliore e, con questo brano di riferimento, Peppe ha lavorato sodo per ottenere un risultato sonoro molto simile.

 

Peppe, il disco suona forte pur conservando una buona dinamica: come hai ottenuto questo risultato?
È stato fatto un lavoro di compressione e limiting sugli strumenti, quindi un bounce con un RMS alto prima del mastering, con la consapevolezza di non castigare mai la dinamica con un fastidioso schiacciamento che avrebbe potuto invalidare la performance dei musicisti, soprattutto nel genere in questione.

 

 

 Avete lavorato sul mastering in digitale o in analogico?
Tutto in analogico, tranne il limiter, in questo caso ITB.

 

Mimmo, quanto è cambiato il disco dal mix al mastering?
Abbastanza, ma è naturale che sia così!

 

Soul Town esce esclusivamente in digitale: cosa pensi della digitalizzazione del mondo della musica, sia dal punto di vista della produzione che del commercio? Quali sono le implicazioni per un musicista?
In teoria dovrebbe essere una buona cosa, nell’ambito della produzione si abbattono i costi; la distribuzione diventa molto più semplice e meno onerosa, è possibile raggiungere l’acquirente in qualsiasi parte del mondo, quindi con un bacino di potenziali acquirenti decisamente superiore rispetto alla tradizionale vendita del supporto fisico. In pratica però ciò si realizza in parte, perché con il download illegale la gente ha perso l’abitudine di comprare musica e, per ora, i benefici che può portare la distribuzione digitale non sono ancora ben visibili.
Tuttavia credo che la digitalizzazione renda la vita più facile ai musicisti indipendenti alla ricerca di un’etichetta discografica (il mio disco esce per la Smoothnotes di Giacomo Bondi) visto i costi contenuti della distribuzione digitale.

 

Oggi, con una tecnologia sempre più amichevole ed economica è possibile produrre (avendone le capacità) dischi in casa e distribuirli nel mondo intero: tu hai un home studio?
No, non ancora! Per ora ho preso un iMac e ho in programma di prendere a breve una scheda audio – credo la Duet 2 della Apogee – e una coppia di monitor, forse gli Yamaha HS50M, anche se tutto sommato mi ritengo un tipo “analogico”: non mi vedo davanti a un computer a registrare e arrangiare, sono abituato (bene) a fare musica con musicisti in carne e ossa!

 

Vuoi dare un consiglio ai lettori?
Suonate di più il vostro strumento! Le nostre mani sono sempre di più sulla tastiera del computer e sempre di meno su quella del nostro strumento!

 

Maggiori informazioni:
Mimmo Langella
Soul Town su iTunes

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